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Perché un "Centro di Etica Generale e Applicata" (C.E.G.A.)

Stiamo sempre più diventando globali e locali ad un tempo. "Glocali", come ora si usa dire. Ma siamo preoccupati, se non spaventati, da quel che le forme estreme di entrambe le tendenze possono recare e recano già di fatto con sé. Nessuno vuole delegare la propria identità all'indistinzione dell'universale astratto, ma nessuno vuole anche soffocare dell'idiotismo della radicazione particolare. Stiamo faticosamente cercando mediazioni fra gli estremi, perché come esseri umani né possiamo congedarci dalla situazionalità della vita materiale, né possiamo rinunciare all'apertura trascendentale dell'orizzonte  intenzionale che siamo. Una strategia di vita al singolare e al plurale, specie dopo la scoperta tutta moderna dell'autonomia personale, pare un compito inaggirabile. Ma proprio qui nascono i problemi di orientazione e di senso. E proprio qui l'etica si ripropone con la forza dell'urgenza di far fronte alla quotidianità delle scelte.   

Ma l'etica non può esser data una volta per tutte. Va costruita o ricostruita senza sosta, perché è il mondo di ciò che può stare diversamente - le umane azioni e deliberazioni - e che dunque deve fare incessantemente i conti con il proprio tempo. Deve l'etica il proprio tempo intendere, ma deve pure il proprio tempo in qualche modo orientare. Quindi, la ricerca di un certa stabilità di sguardo le appartiene in ogni caso, se del tempo non vuole essere una semplice presa d'atto.  E' questo gioco serio tra ciò che passa e ciò che sta, a spiegare perché molte certezze ereditate sono state messe di recente in discussione e forme nuove di sensibilità, quanto ai costumi, si sono imposte con una rapidità che non di rado ha prodotto, e ancora produce, imbarazzo e disorientamento. Basti qui accennare alle questioni sollevate dalla difficoltà di indicare valori comuni nella civile convivenza, ai solenni imperativi dettati dalla dignità della vita umana, messi in forse dalla crescente medicalizzazione della nascita e della morte, alle insistenti richieste di salvaguardare l'ambiente e garantire la sostenibilità dello sviluppo; per non dire dei drammi provocati dalle voglie di pulizia etnica, dai fondamentalismi religiosi, dall'immenso groviglio delle contese intorno alla produzione, alla distribuzione e al consumo planetario delle risorse, dalla irruzione delle comunicazioni mediatiche, dalle manifestazioni unilaterali di aggressività militare preventiva, dalla debolezza avvilente della trama politica internazionale. Ma anche la vita degli esseri umani nella loro privatezza singolare pone domande intorno alla convivenza e al senso della quotidianità. I costumi sessuali, i rapporti generazionali, il ruolo dei vecchi e dei bambini nel tessuto della vita urbana hanno subito mutazioni considerevoli e chiedono di essere illuminati. In generale, il rapporto tra il maschile e il femminile resta ancora all'ordine del giorno, perché troppe sono ancora le vessazioni della vecchia tradizione maschilista in molte regioni del mondo; la vecchiaia è diventata nell'Occidente opulento una vera e propria emergenza, mentre i bambini sono piuttosto l'emergenza nei paesi meno sviluppati: sono sfruttati o lasciati morire di fame.

Persino molti fenomeni di crescita civile e culturale sono da tempo oggetto di perplessità: che dire della cura del corpo, a volte perseguita ad ogni costo, e in generale della ricerca della qualità della vita, a volte guadagnata con scarsa attenzione per la qualità della vita altrui? O come intendere le forme di solidarismo o di garantismo, che stranamente producono anche effetti perversi nel sociale. Quale sono i limiti dei tentativi di integrazione di altre culture, di fronte alla giusta richiesta di protezione dell'identità. Che pensare dei poteri dei media in termini di etica pubblica? Che cosa offrire di regolativo al mondo delle relazioni che passano attraverso Internet? Come orientare il nuovo cosmopolitismo? E si potrebbe continuare ancora per un po'.

Se si pone mente alle domande di etica che salgono dai singoli e dalla comunità politica e civile e si guarda alle elaborazioni scientifiche che dovrebbero contribuire a dare risposte a queste domande, ci si avvede di certi ritardi della cultura etica a livello nazionale e internazionale. Alcuni presso che inevitabili. La vita materiale molto spesso precede l'elaborazione intellettuale, anzi che venirne prodotta. D'altra parte, non mancano certo tra noi studiosi di notevole valore, ne si può tacere dei loro generosi tentativi per colmare alcune vistose lacune della ricerca. Eppure, si ha l'impressione di una certa difficoltà nel trovare un sufficiente coordinamento degli sforzi e quindi nell'offrire una risposta adeguata al bisogno crescente di indicazioni di natura morale. Manca ancora, o non è sufficientemente presente e attivo, un robusto lavoro di "rete". E' come se la cultura di filosofia della pratica, dopo la ricca stagione del dibattito politologico degli anni sessanta e settanta, e dopo la crisi degli anni ottanta e novanta per via del declino del marxismo, non riuscisse ad attrezzarsi in modo adeguato alle domande e alle attese del nuovo millennio, che indubbiamente sono rivolte, in maniera prevalente, allo spazio teorico proprio dell'etica, anche quando si trovano a gestire i nodi irrisolti dell'economia, della società civile e/o della comunità politica.

Ad una situazione cosiffatta non si può certo rispondere in tempi brevi, né solo da parte dei singoli. Di essa si può tuttavia prendere acuta coscienza, anzitutto; si può poi lavorare realisticamente per correggerne gli aspetti meno felici; la si può infine arricchire di elementi nuovi, che valgano a metterla in pari con il compito socialmente assegnato. In altri termini, si può tentare di coordinare le forze, di reperire delle risorse, di sensibilizzare i responsabili, di avviare un programma di ricerche e di studi che gradualmente dia alle dottrine di etica l'importanza che loro spetta.

La proposta di fondare un Centro di Etica Generale e Applicata (CEGA) nasce dalle motivazioni appena addotte.




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